17 Feb Le guide turistiche: i nuovi cantastorie del terzo millennio.
Indovinello: è facile trovarci per le vie affollatte di paesi e città, in prossimità di chiese e porticati, all’ombra di grandi alberi circondati da curiosi, tra le bancarelle dei mercati mentre la gente scruta la merce e conclude acquisti. Di chi stiamo parlando? È questo il punto: potremmo parlare dei cantastorie così come delle guide turistiche. La differenza principale? La loro attendibilità e preparazione. Ma torniamo un attimo indietro.
Chi erano i cantastorie?
La definizione del termine “cantastorie” è alquanto chiara sui dizionari: chi racconta storie con il supporto della musica, solitamente della chitarra. La figura, si dice, nasca tra Roma e l’Italia meridionale del 1600 per narrare fatti di cronaca, miti e leggende e che la loro comparsa sia da vedere come naturale evoluzione del giocoliere o menestrello di corte nati in epoca medievale per riportare notizie e storie in maniera accattivante, vere o false che fossero.
Nell’immaginario comune, questi ultimi hanno assunto una connotazione negativa, di buffoni, quando in realtà erano i pochi che, stando sempre per strada o viaggiando molto, riuscivano ad intercettare notizie, fatti ed accaduti e a riportarli alla gente comune vista l’assenza di qualsiasi mezzo di comunicazione e visto l’analfabetismo quasi totale. Tra l’altro la stampa non era neanche ancora molto diffusa e quasi tutto, dalla cronaca alle opere cavalleresche, veniva tramandato oralmente. I pochi documenti scritti riguardavano perlopiù atti giuridico-notarili e argomenti filosofico-religiosi. Insomma, una figura che potesse placare la curiosità, intrattenere e al tempo stesso educare la gente comune ci doveva pure essere!
Dal buffone di paese a Cicerone il passo è breve
Della serie: come dire quasi la stessa cosa (mi perdoni il maestro Umberto Eco per la citazione). Dovrebbe essere un onore essere chiamati simpaticamente “ciceroni” visto la levatura di questo personaggio, maestro nell’oratoria, vissuto nella Roma del I a.C., ma non lo è quando una delle accezioni sul dizionario Treccani riporta: “fare il saccente” o addirittura in qualche altro articolo viene definito come “oratore dappoco”. Ovviamente, non siamo così permalosi da prendercela se ci chiamate così ma, se ci pagate per farvi da guida, qualcosa ve la dobbiamo pur dire!
Nuove risposte per nuove esigenze
Luoghi comuni ce ne sono tanti. A partire dalla saccenza, alla bandierina, per finire alla frase “alla vostra destra potete ammirare…” (fa rabbrividire anche noi guide, sappiatelo), il lavoro da guida oggi è cambiato tantissimo rispetto al passato.
Provate solo ad immaginare, prima dell’era di internet, quanto il turista dovesse fidarsi ciecamente della propria guida; non avevano strumenti per poter controllare se le informazioni ed i consigli che ricevevano erano validi o no, e in caso negativo, potevano saperlo solo a distanza di molto tempo dalla fine del viaggio. In passato si “assoldava” una guida/accompagnatore per mancanza di informazioni sulla destinazione, per mancanza di mezzi di trasporto autonomi o efficienti, per mancanza di conoscenza della lingua locale o perché viaggiare era tecnicamente e fisicamente difficile. Adesso, nonostante tutti gli strumenti a disposizione dei viaggiatori (cataloghi, guide cartacee, blog, siti internet specializzati, programmi tv, documentari, app, ecc. ecc.), chi decide di viaggiare con una guida lo fa principalmente perché vuole ascoltare delle storie, perché vuole immergersi in una cultura nuova, perché vuole arrivare ad avere contatti più personali con la gente del luogo, perché, attraverso il racconto della guida, vuole comprendere e provare uno stile di vita diverso e soprattutto perché una guida turistica professionista potrà colmare tutti i dubbi e le curiosità (a volte un po’ ingenue, altre volte che toccano temi molto personali e intimi) che un solo libro o una sola app non potrebbero mai fare. Ecco perché oggi più che mai la guida è un cantastorie perché riesce a narrare la propria epoca, evocare quella passata e prevedere quella futura in maniera accattivante, magari senza chitarra, ma con tanti altri strumenti.
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